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"Hobbit revealed: la Biogeografia e l'Uomo di Flores" (3)



La grotta di Liang Bua,
sull’isola di Flores,
dove sono stati trovati i fossili che rivoluzionano
la storia umana.


B) Come cambia il panorama della storia umana.

Da chi discende l’uomo di Flores?
Le sue caratteristiche fisiche lo pongono, a detta degli scopritori, fra erectus e sapiens.

>> Sarebbe dunque una specie regionale diversificatasi dallo stesso antenato del sapiens (l’erectus), ma in modo indipendente, andando incontro a pressione selettiva “insulare” e quindi evolvendo nella forma pigmea. L’erectus “asiatico” sarebbe arrivato su Flores circa 800.000 anni fa.

Qualcuno ritiene invece che il floresiensis fosse già pigmeo prima ancora di arrivare su Flores. Dunque la pressione selettiva insulare non avrebbe influito sulla sua statura. Ma questo non è il punto focale del nostro discorso.
Ciò che importa davvero è contenuto nelle seguenti considerazioni.


1) PLASTICITA’ ADATTATIVA DEGLI HOMO.
Con il Flores “abbiamo un’ulteriore prova della grande plasticità delle popolazioni umane del Pleistocene (1.700.000 - 12.000 anni fa), le cui caratteristiche fisiche suscitano una certa diatriba tra gli specialisti. Infatti è abituale considerare gli esemplari di quest’epoca, etichettati sotto le diverse denominazioni (Homo erectus, neanderthalensis, sapiens “arcaico”) come specie separate. Alcuni paleoantropologi invece le considerano adattamenti regionali di un’unica grande specie politipica diffusa su tre continenti, nella quale, si può ora presumere, andrebbe ad inserirsi il pigmeo indonesiano.
Semplificando il discorso, l’Homo pleistocenico ha dato vita a morfologie estreme rispetto a quelle dell’uomo anatomicamente moderno: il neanderthaliano era più robusto e muscoloso degli Inuit attuali, l’Homo ergaster (Kenya, 1,7 milioni di anni) era più longilineo dei più alti Turkana odierni, e i “nani” di Flores erano più minuscoli del più basso pigmeo che si conosca.” (2)

2) COESISTENZA DI PIU’ SPECIE.
Dal punto 1 risulta chiaro che un altro “pilastro” delle ormai vecchie teorie classiche, cioè la sostituzione graduale di una specie con un’altra, viene a cadere: nei vari periodi sono convissute diverse specie di ominidi. Il Neanderthal ha vissuto con il sapiens in Europa per varie decine di migliaia d’anni, prima di estinguersi circa 30.000 anni fa; la presenza dell’erectus a Giava è stata testimoniata fino a meno di 50.000 anni fa (una data recentissima per una specie che si è originata 2 milioni di anni fa!), varie forme come l’heidelbergensis, i “sapiens arcaici” e altri hanno convissuto nel Vecchio Mondo per parecchio tempo, prima di estinguersi o dar luogo a incroci e adattamenti regionali, in un quadro ancora non ben chiarito.


Una delle (tante) ipotesi sulla posizione filogenetica
e le “parentele” fra le specie del genere Homo.


3) VOLUME DEL CERVELLO.
Il Flores è un’ulteriore prova anche della scarsa validità di certi criteri troppo rigidi sulla volumetria del cervello, associata al livello di intelligenza: è ormai risaputo che non conta tanto il volume del cervello, quanto il numero e la “qualità” delle connessioni neuronali, ma è evidente ormai che anche lo stesso parametro della volumetria è un po’ da rivedere.
Il Flores ha un volume, in termini assoluti, che è un terzo di quello medio del sapiens (1300 cm3).
Consideriamo l’Australopithecus afarensis, la famosa “Lucy”: alta 1-1,2 metri, aveva un cervello di 415 cm3: Lucy risale a 3 milioni d’anni fa e gli Australopithecus non possedevano le doti mentali e le abilità manuali proprie degli Homo.
Ma gli “Hobbit” di Flores erano in grado di costruire utensili per la caccia, di accendere e padroneggiare il fuoco, dimostrando così di rientrare a pieno titolo nel genere Homo… anche se corredati di un cervello voluminoso quanto quello dell’Australopithecus afarensis


4) IMPLICAZIONI BIOGEOGRAFICHE: L’ERECTUS MARINAIO?
Una delle considerazioni più sconcertanti su Flores è la causa che mi ha spinto a scrivere questa ricerca: gli “Hobbit” di Flores infatti gettano scompiglio nelle teorie sulla storia umana proprio per le loro implicazioni biogeografiche.
Alla luce di quanto esaminato sinora sui meccanismi di speciazione e diffusione delle specie, e sulla Linea di Wallace, si può ben capire il ruolo dirompente di questa scoperta. Gli “Hobbit” sono stati trovati al di là della barriera biogeografica indonesiana, quello stretto di mare profondo che separa la fauna asiatica da quella australiana: “chi colonizzò Flores nel passato doveva essere in grado di superare tale limite via mare, partendo da ovest (isola di Bali) superando due tratti di mare di una ventina di chilometri ciascuno, oppure da nord (Sulawesi) affrontando un viaggio ancora più lungo.” (3)
Per quanto ne sappiamo oggi, in nessuna epoca geologica recente è esistito “un collegamento ininterrotto indo-australe: persino durante la massima escursione marina dell’ultima era glaciale, quel tratto dell’arcipelago era coperto dal mare. Inoltre la fauna preistorica di Flores è composta da specie animali capaci di nuotare o, al limite, di andare alla deriva aggrappati a vegetazione galleggiante.” (4)
Bisogna aggiungere che già nel 1968 erano emerse prove a favore delle “abilità marinaresche” degli erectus (gli antenati dei floresiensis), con la scoperta proprio su Flores di utensili litici nello stesso strato degli Stegodon (gli elefanti nani di 750.000 anni fa). La scoperta, passata sotto silenzio, è stata ripresa negli anni ’90, quando due datazioni indipendenti (una paleomagnetica e l’altra sulle ceneri vulcaniche) hanno confermato l’autenticità dei reperti, datandoli a 800.000 anni fa. (5)
Che significa tutto questo?
Queste date si scontrano con la visione “classica” dell’erectus: “una presenza di ominidi produttori di utensili era da considerarsi del tutto fuori luogo in un’isola sperduta oltre la barriera biologica di Wallace”, in uno scenario in cui l’erectus era “ritenuto incapace di un’organizzazione e di una tecnologia sufficiente per affrontare il mare aperto, pur partendo dalla vicina Isola di Giava, in cui si trovava stanziato all’epoca.” (6)
In sostanza, l’erectus ci ha mostrato le sue capacità marinaresche.
In questo nuovo scenario, gli erectus sono creature dalle molteplici abilità e risorse, che hanno saputo sopravvivere per quasi 2 milioni di anni, conquistando buona parte del Vecchio Mondo, e solcando bracci di mare profondo tramite imbarcazioni.


5) LA TERZA VIA: DUE SOLE SPECIE UMANE.
Se spingiamo la nostra curiosità indagatrice un po’ più indietro nel tempo, noteremo come sempre più ricercatori mettono in dubbio la stessa origine del genere Homo come discendente degli Australopithecus.
In realtà questa idea non è del tutto nuova: già Leakey aveva avanzato l’ipotesi che le Australopitecine avessero un antenato in comune con noi, anziché essere loro stesse nostre antenate. Wood (1992) scrive: “I progressi nelle tecniche di datazione assoluta e i nuovi accertamenti relativi al materiale fossile in sé medesimo, hanno fatto diventare insostenibile il modello di un’evoluzione umana lineare, nella quale Homo abilis succedette alle Australopitecine e poi si trasformò tramite H. erectus in H. sapiens”. (7)

Vediamo prima cosa postula la “teoria ortodossa”: la statura eretta con bipedia (locomozione su due arti) sarebbe comparsa dopo la scissione della linea umana da quella delle Grandi Scimmie antropomorfe africane, circa 7-5 milioni di anni fa. Da un antenato comune quadrupede, sarebbero cioè derivate sia le scimmie africane (specializzazione arboricola), sia l’uomo (specializzazione bipede).
Ma alcuni autorevoli ricercatori guardano con senso critico a questo scenario ormai classico e divenuto spesso dogmatico.
Uno studio molto interessante è quello condotto dal team della dott.ssa Yvette Deloison (del CNRS francese), la quale ha sintetizzato i risultati ottenuti su una pagina web (8).
Dai suoi studi interdisciplinari, la Deloison ha concluso che da un Primate bipede con membra non specializzate hanno iniziato a emergere, fra 15 e 8 milioni d’anni fa, i tre gruppi indipendenti delle Grandi Scimmie, delle Australopitecine e dell’Uomo. I tre gruppi hanno poi acquisito il loro particolare modo di locomozione: una specializzazione arboricola per le Grandi Scimmie (arboricole quadrupedi e bipedi occasionali) e le Australopitecine (semi-arboricole e semi-bipedi), e una specializzazione per la bipedia permanente di tipo umano nell’Uomo.
Ecco l’ipotesi della Deloison in grafico (1999):




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