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"Hobbit revealed: la Biogeografia e l'Uomo di Flores" (4)


Da chi discende l’uomo di Flores?


Ora ricordiamo brevemente le due ipotesi principali (monocentrica e policentrica) delineate nel punto A, prima di proseguire e scoprire “la terza via” cui fa riferimento il titolo di questo paragrafo.
L’ipotesi
monocentrica postula l’origine unica africana: l’evoluzione del genere umano è un processo iniziato in Africa e articolatosi in una serie di tappe rappresentate da altrettante specie.
L’ipotesi
policentrica postula la “continuità regionale”: il genere Homo è costituito da un’unica specie politipica e i suoi primi rapprentanti sono semplicemente antiche varianti di Homo sapiens. “Negli ultimi due milioni di anni vi sarebbe stato un unico insieme di popolazioni distribuito in tutto il Vecchio Mondo, con ciascuna popolazione adattatasi alle differenti condizioni locali, rimanendo però collegata e in continuo scambio genico con tutte le altre.” (9)

Ma c’è una terza ipotesi, maggiormente coerente con i dati disponibili.
Secondo il nuovo modello:
-> il genere Homo è ben distinto dal complesso delle Australopitecine;
-> i fossili di Homo abilis e Homo rudolfensis sono in realtà riferibili al complesso australopitecino;
-> il vero genere Homo consiste in due sole specie: la nostra (Homo sapiens) e un’altra risalente a 2-2,5 milioni d’anni fa, e rapidamente distribuitasi in tutto il Vecchio Mondo;
-> “l’altra specie” include i fossili di Homo ergaster, H. erectus, H. antecessor, H. heidelbergensis e H. neanderthalensis; questa specie assume, per ragioni di priorità, la designazione di “Homo neanderthalensis”.

In quest’ottica, le due specie umane (H. sapiens, e H. neanderthalensis, che comprende ricordiamo anche l’erectus), sono ben distinte dalle Australopitecine; ciò che emerge dai ritrovamenti di Flores a mio parere può andare a sostegno di questo terzo modello.
Il floresiensis deriva probabilmente dall’erectus, o meglio (per usare i termini della terza ipotesi) da una popolazione regionale della specie politipica H. neanderthalensis che è stata in grado di superare lo stretto di mare profondo identificato dalla Linea di Wallace.

Molte sono le domande e i dubbi che scaturiscono nel confuso scenario della nostra storia.
Una fra queste è:
      

Se davvero “H. neanderthalensis” è un’unica specie politipica, perché i Neandertal europei, dopo essere stati spinti, come sembra, sempre più a occidente dall’arrivo dei sapiens, una volta giunti a Gibilterra non si sono spinti in Africa (cioè non hanno sfruttato quelle “doti marinaresche” che paiono evidenti nel caso indonesiano)?

Dalla costa spagnola c’è un braccio di mare molto stretto, non difficile da attraversare. Perché non hanno sentito il bisogno o la curiosità di attraversarlo per scoprire nuove terre potenzialmente ricche e favorevoli, restando invece rinchiusi in quell’angolo di Europa che andava loro sempre più stretto (e così facendo, estinguendosi)?
Se è vero che i loro “fratelli” asiatici di Giava sono riusciti a valicare lo stretto fra Bali e Flores, che è molto più difficile da attraversare, perché non lo hanno fatto anche loro?
In un contesto tanto complesso e confuso è difficile avanzare pretese di maggior verosimilità di un’ipotesi piuttosto che un’altra, ma forse la risposta risiede ancora una volta nel concetto di “specie politipica”: si tratta cioè di una specie con molte differenziazioni regionali, sia nella morfologia sia nel comportamento (ricordiamo inoltre che è una specie nata 2-2,5 milioni di anni fa e scomparsa poco meno di 30.000 anni fa).
Probabilmente gli antenati dei floresisensis avevano sviluppato abilità marinare a seguito di
centinaia di millenni trascorsi in una regione ricchissima di coste; i loro “fratelli europei” invece, vissuti per decine di millenni sulla terraferma, all’interno del continente europeo, non hanno forse mai sentito la necessità di spingersi in mare. E quando circa 30.000 anni fa si presentò l’occasione di “inventare” la navigazione per salvarsi dall’avanzata dirompente dei sapiens, era ormai troppo tardi. I Neandertal europei non hanno avuto il tempo di sviluppare quelle abilità che i “fratelli di Giava” sembrano aver sviluppato.

> News del 16 gennaio 2006
Ma una notizia apparsa da poco sul web mette in discussione per l’ennesima volta lo scenario della paleoantropologia: in definitiva, l’unica cosa di cui siamo certi è che, qualunque ipotesi possiamo formulare, sarà solo una delle tante possibili e sempre in procinto di cambiare, anche radicalmente.
La nostra storia è una faccenda in cui l’atteggiamento più dannoso è “fossilizzarsi” su un’ipotesi.
Se dovesse essere comnfermata la notizia datata 16 gennaio 2006, secondo cui il Neandertal è giunto in Europa, oltre che dal Vicino Oriente come da teoria “classica”, anche attraverso lo
stretto di Gibilterra, ci troveremmo di fronte a un panorama completamente nuovo.
La notizia (10) parla di resti trovati da ricercatori spagnoli a La Cabililla de Benzù, nel territorio di Ceuta,
sul continente africano ma appartenente alla Spagna. Secondo uno degli scopritori, Josè Ramon, gli strumenti litici sono molto simili a quelli trovati nel sud della Spagna e datati al Paleolitico medio, quando emerse il ceppo neandertaliano.
Ramon parla chiaramente di una “rottura con il paradigma di molti ricercatori, che hanno rifiutato di credere a qualunque contatto in età paleolitica fra sud Europa e nord Africa”.
Anche se questi studiosi non sono ancora giunti a conclusioni definitive, dicono che è ormai evidente che il Neandertal aveva la capacità di attraversare il mare, dalle coste di Ceuta all’Europa. Ma è troppo presto per stabilire se lo fece a nuoto per mezzo di sostegni naturali (le “
zattere naturali” di cui parlavo più sopra) oppure con mezzi costruiti ad hoc
Bisogna ricordare che
durante le epoche glaciali il canale di Gibilterra era molto più stretto di quanto non lo sia oggi (conseguenza dell’ultima deglaciazione che ha innalzato globalmente il livello dei mari: per maggiori dettagli rimando al mio scritto su “Atlantide, un mistero a molte facce”).
Forse esistevano anche degli isolotti nell’antico stretto, che avrebbero potuto aiutare l’attraversamento dei Neandertal, quindi la teoria sulle loro abilità marinare non è in fondo strettamente necessaria.
L’ipotesi dell’
arrivo del Neandertal attraverso le due vie (Medio Oriente e Gibilterra) spiega un altro dato di fatto: la presenza di resti neandertaliani in Spagna di età antecedente a quelli francesi (nella teoria “classica” invece dovrebbe essere il contrario).
Piccola nota a margine: Gibilterra è anche il luogo del primo ritrovamento di resti neandertaliani, avvenuto nel 1848 (anche se la nuova specie non fu riconosciuta che nel 1856).

>> Le mie supposizioni e idee non pretendono certo di chiudere o chiarire uno scenario tanto complesso e nebuloso come quello della storia umana, ancor più dubbioso dopo le scoperte su Flores e le news che giungono continuamente da tutto il mondo.
Come si può capire facilmente, nello studio sulle origine della linea umana, nulla è certo, e tutto può cambiare nel giro di pochi giorni.


6) ESTINZIONE.
Si ritiene che circa 12.000 anni fa un’intensa attività vulcanica pose fine all’esistenza di parecchie specie animali e vegetali sulle isole indonesiane attorno a Flores: sulla nostra isola per esempio si estinse fra gli altri lo Stegodon, l’elefante nano cui ho accennato più sopra. Molti ritengono che anche l’Homo floresiensis si sia estinto 12.000 anni fa, in concomitanza con gli stessi eventi catastrofici di natura per lo più vulcanica.
Le datazioni sui vari reperti ossei di floresiensis vanno da 95.000 a 12.000 anni fa, con una datazione per il teschio di Ebu attorno ai 18.000 anni fa. Possiamo anche supporre che in questo intervallo di tempo gli “Hobbit” abbiano potuto sfruttare quelle capacità migratorie che avevano portato loro stessi oppure i loro antenati a valicare la Linea di Wallace, e così raggiungere qualcuna delle molte isole che contornano Flores. Questa considerazione potrebbe fungere da spunto per approfondire le ricerche anche sulle altre isole, verificando se gli ultimi resti di floresiensis risalgono in effetti a quel periodo.
La data di 12.000 anni fa suonerà “familiare” a un certo numero di persone che si interessano al nostro passato. Si colloca infatti solo 2.000 anni prima del limite “ufficiale” fra Pleistocene e Olocene (la nostra epoca).
Questa data, che possiamo scrivere come “10.000 a.C.” usando il calendario cristiano, torna con una certa insistenza in molti studi sul recente passato della nostra specie: prove di varia natura (da quelle geologiche a quelle paleoclimatiche, da quelle etnografiche a quelle botaniche eccetera) ci spingono a ritenere che 12.000 anni fa un evento catastrofico di portata globale sconvolse il pianeta Terra, dopo la fine dell’ultima fase glaciale (terminata circa 15.000 anni fa) e il conseguente innalzamento del livello marino (anche di 180 metri per alcune località).
Mitologie e prove archeologiche, indizi botanici e datazioni geologiche ci aiutano a ricostruire uno scenario finora poco considerato e studiato a livello “ortodosso”, ma che getta una nuova luce sulla nostra storia.
Uno sconquasso planetario seguito da una lenta ripresa e poi da un vero e proprio “boom sociale” in tutto il mondo. Dopo la serie di eventi catastrofici di 12.000 anni fa, nasce l’agricoltura, i popoli si organizzano in città sempre più grandi e in società sempre più complesse, maggiormente articolate a livello sociale, economico e religioso, nasce la scrittura e si affinano tecniche e conoscenze nei vari campi del Sapere (dall’astronomia alla botanica).
Alcuni autori ritengono che prima del 10.000 a.C. esistesse una civiltà a livello globale (o meglio una serie di civiltà interconnesse), spazzata via da una serie sconvolgente di eventi vulcanici, meteorici e climatici disastrosi.
Non bisogna scomodare le fantasie più pittoresche sulla mitica Atlantide, per persuaderci del fatto che la possibilità dell’esistenza di un’antica civiltà sufficientemente evoluta ma a noi ancora ignota, appare come assolutamente logica e persino verosimile.

Il vecchio paradigma dell’evoluzione umana lineare ha già subito troppi duri colpi per poter essere ancora preso in considerazione acriticamente.
Credo sia ormai tempo di abbandonare un modello di pensiero che ha già causato troppa “chiusura mentale” (almeno per i miei gusti), e di intraprendere con rigore e apertura intellettuale la ricerca sulla nostra vera storia.
Gli indizi sono già molti, basta osservarli e valutarli: scopriremo che l’Uomo ha vissuto un’evoluzione non lineare, sia fisicamente sia culturalmente; e che più volte si è trovato al vertice del suo sviluppo per poi finire decimato da eventi naturali più grandi di lui.
La Storia è una spirale, non una linea retta.


7) IMPLICAZIONI CRIPTOZOOLOGICHE.
Ma l’Homo neanderthalensis si è davvero estinto?
Questa domanda può apparire strampalata, se non addirittura ridicola, ma chi si interessa di criptozoologia sa che è invece un quesito ragionevole che merita tutta la nostra attenzione.
La criptozoologia è una disciplina che studia gli “animali nascosti” (dal greco “cryptos”), cioè gli animali non ancora conosciuti dalla scienza occidentale. Una moltitudine di specie viventi è là fuori, in attesa di essere studiata e classificata. Anzi, gli studiosi calcolano che ogni anno siano milioni le specie vegetali e animali che scompaiono dal pianeta senza che nessuno scienziato li abbia nemmeno mai visti.
Consiglio a chi volesse approfondire l’argomento di visitare il sito Criptozoo (www.criptozoo.com), il sito italiano della criptozoologia, ricco di dossier e di articoli introduttivi anche per chi è “alle prime armi”.

Detto questo, veniamo al nostro caso specifico: gli “Hobbit” di Flores hanno avuto anche il merito di far tornare alla ribalta il tema degli “ominidi relitti”.
Creature a cui sono stati affibiati i nomi più “hollywoodiani”, come il celebre Bigfoot (“Piedone”), da secoli imperversano nei racconti di molti popoli sparsi in giro per il pianeta. Si tratta di “uomini pelosi”, o “piccoli ometti”, o ancora “giganti scimmieschi”…
Il nostro nano di Flores potrebbe essere all’origine delle molte voci circolanti nell’arcipelago indonesiano, che parlano appunto di “piccoli uomini selvaggi” nascosti nel fitto della foresta.
L’Uomo di Flores ha convissuto con la nostra specie fino a tempi recentissimi: nulla di più logico quindi che pensare che gli “Hobbit” di Flores abbiano colpito la fantasia dei nostri antenati sapiens, ispirando una tradizione che si è protratta sino ai giorni nostri.
Ancor oggi le tribù indonesiane parlano di uomini minuscoli dall’aspetto vagamente umano che si aggirano per la foresta. Gli indigeni delle isole li chiamano con vari nomi; possiamo pensare che si tratti di una stessa specie che vive relitta, confinata all’interno di quei residui di foresta fitta che ancora permangono in Indonesia, oppure che esistano diverse varietà ancora in vita.
Il campo della ricerca criptozoologica è ancora tutto da esplorare.



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